LA RICERCA DELLA FELICITA’: TITOLO DI UN FILM, MITO O REALTA’ ?

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La ricerca della felicità: titolo di un film, mito o realtà? Non ci rendiamo conto di quanti sforzi compiamo per rincorrerla o di quanti ed innumerevoli sforzi facciamo per evitare e controllare tutte quelle emozioni ed eventi che ci portano lontano dalla felicità e dallo stare bene.

Inoltre, siamo convinti che una volta che ci saremo laureati, che avremo raggiunto il lavoro dei nostri sogni, che ci saremo sposati o finito quel compito che “dobbiamo” portare a termine…, allora sì, saremo felici, in pace e relax per molto tempo. Spostiamo la nostra attenzione da un obbiettivo all’altro senza un filo conduttore e consapevole.

Impariamo fin da quando siamo piccoli che per poter stare bene occorre innanzitutto compiere il nostro dovere, un pensiero talmente ricorrente, che ce lo portiamo dietro anche quando non abbiamo niente da fare; ed è così, che la ricerca del benessere e della felicità, diventa un’attività molto impegnativa e infelice [1].

A volte ciò che ci rende veramente infelici sono più le idee e le convinzioni che abbiamo su cosa sia la felicità e sullo star bene, che gli eventi in sé. Convinzioni, idee e pensieri inutili ed inesatti ma che prendiamo per veri perché li abbiamo sempre sentiti e perché la pensano tutti così, una trappola mentale molto insidiosa.

La felicità, in quanto emozione, è fugace e molto rapida, non può durare a lungo, così come le altre emozioni; come non possiamo provare a lungo felicità, non possiamo stare costantemente tristi o in ansia, contrariamente a quanto si pensa.

La felicità non fa altro che segnalarci che abbiamo raggiunto uno scopo al quale tenevamo [2], una sorta di spia emotiva che si accende quando siamo arrivati dove volevamo arrivare. Uno dei problemi nasce quando scambiamo le cose, quando scambiamo l’obiettivo da raggiungere con la spia che ci segnala tale traguardo, ciò che diventa importante è essere felici e non raggiungere qualcosa.

Oppure, quando puntiamo a essere felici per sentirci bene, un pensiero del tipo “starò veramente bene quando sarò felice”, un paradosso, un’altra trappola alla quale inconsapevolmente molte volte crediamo.

Secondo Russ Harris, psicoterapeuta australiano, la felicità porta con sé almeno due significati molto diversi, un significato sinonimo di “sentirsi bene”, e l’altro, quello di “vivere una vita ricca, piena e significativa” [1].

Harris si concentra sul secondo significato ed afferma che comunque tutti noi viviamo emozioni spiacevoli. Una vita piena ci consente piuttosto di vivere un senso profondo di una vita vissuta così da permetterci di gestire e sopportare anche gli eventi negativi.

Ma cosa ci impedisce veramente di sentirsi bene? Gli eventi? I soldi? La fortuna?

E’ indubbio che vi sono eventi oggettivamente tristi, brutti ed inevitabili ed eventi bellissimi e felici. L’importante è non incastrarsi nei nostri stessi pensieri considerandoli come verità assolute ma chiedersi quanto sono veri, relativi e non prenderli come dati di fatto.

La mente umana è un perfetto sistema organizzato per fare previsioni sul mondo, sugli altri e sugli eventi, per permetterci di prepararsi al meglio. Purtroppo, qualche volta questo sistema rischia di intrappolarci ed invece che aiutarci a prendere in considerazione varie strategie per agire al meglio, ci blocca.
Ci blocchiamo perché prendiamo in considerazione solo alcuni scenari, solo alcune “storie” su come potrà andare quello che ci prospettiamo, focalizzandoci su quello che temiamo. Ciò che dovrebbe essere solo una spia ed una guida, ovvero le nostre emozioni ed i nostri pensieri, diventano esperienze da cui fuggire.

Ad esempio, a volte facciamo di tutto per evitare e controllare emozioni come la tristezza, “indicatore” emotivo che ci segnala che non abbiamo raggiunto lo scopo o che abbiamo perso qualcosa [2].

La vogliamo evitare a tal punto che a volte nemmeno ci impegniamo in qualcosa per paura di sentirsi dei falliti, perché pensiamo che anche un solo errore comporterà un fallimento totale.

La psicologia, nello specifico la psicologia cognitiva, si concentra proprio sul cercare di mettere in dubbio quei pensieri che invece di suggerirci degli scenari possibili per prepararci al meglio, diventano una trappola.

Alcuni dei recenti studi, di cui Harris è uno dei maggiori ricercatori, si sono concentrati non tanto nel mettere in dubbio questi pensieri ma nel chiedersi quanto essi siano utili, provando a distaccarsene e impegnandosi in ciò che per noi è importante; cercando di restare concentrati sul presente senza preoccuparsi troppo del passato o del futuro.

Le tecniche provenienti da questi studi cercano di agire in due modi, da una parte ci aiutano a far crescere quelle abilità psicologiche per ridurre il malessere provocato da certi pensieri, emozioni e sensazioni che impattano sul lavoro, nelle relazioni e nello studio; dall’altro, ci aiutano ad impegnarsi in una serie di azioni mosse dai nostri valori, per raggiungere una vita più ricca, piena e significativa [3].

Secondo Harris, è cosi che possiamo davvero raggiungere un “vero” benessere, un senso di una vita ben vissuta. Un senso che ci permette di affrontare qualsiasi evento e che ci porta verso un miglioramento continuo.

 

[1] “La Trappola della Felicita’. Come smettersi di tormentarsi e iniziare a vivere”. (2015) Harris R. – Ed. Erickson.
[2] “La cura delle emozioni in terapia cognitiva”. (2010) A cura di M. Apparigliato & S. Lissandron – Ed. Alpes Italia.
[3] “Fare ACT. Una guida pratica per professionisti all’Acceptance and Commitment Therapy” (2011). Harris R. – Ed. Franco Angeli.

Tommaso Ciulli

Psicologo. Servizio di counseling psicologico, gestione dello stress, supporto psicologico, gestione dell'emozioni, diagnosi psicologica. Iscritto all'ordine degli Psicologi della Toscana N. 7682. Socio Corrispondente della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva. Svolgo attività di ricerca presso la Scuola Cognitiva di Firenze. Cell. 3701108645. E-mail. drtommasociulli@gmail.com

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